Damien Hirst a Palazzo Grassi: arte fra finzione, verità e gioco

Hydra and Kali Discovered by Four Divers, Lightbox in poliestere stampato, acrilico e alluminio verniciato a polvere

La mostra di Damien Hirst a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia racconta la storia dell’antico naufragio della nave UnbelievableApistos il nome originale in greco antico – e ne mostra il prezioso carico rinvenuto nelle profondità marine: il tesoro apparteneva al liberto Aulus Calidium Amotan, conosciuto come Cif Amotan II, ed era destinato a un leggendario tempio dedicato al Dio Sole in Oriente.  La chiave interpretativa della mostra è offerta dallo stesso artista che, sin dall’ingresso di Punta della Dogana, avvisa il visitatore con una scritta leggibile al sommo della porta: “Somewhere between lies and truth lies the truth”, la verità giace da qualche parte, magari nelle pieghe delle stesse bugie, con un gioco di parole fra “lies” bugie e “lies” giacere.

Il ritrovamento del tesoro, così ampio da essere esposto in entrambe le sedi della fondazione Pinault, è la cornice all’interno della quale si struttura la finzione dell’artista, che ha così modo di presentare le proprie opere – realizzate in un arco temporale di ben dieci anni – quale meraviglioso ritrovamento subacqueo: sono sculture in bronzo, granito, marmo incrostate di coralli, spugne marine, gorgonie, conchiglie, oggetti in oro e pietre preziose segnate dalla corrosione delle acque e mutilate dal naufragio, pietre e minerali semi preziosi, armi e suppellettili. Accanto ai pezzi recuperati nelle profondità marine due millenni dopo il loro naufragio, presentati al pubblico non restaurati, ovvero ancora coperti di incrostazioni, vi sono le copie contemporanee che dovrebbero offrirne l’originaria loro apparenza e disegni – a matita, carboncino, inchiostro – su carta o vellum relativi alle varie opere.

The Severed Head of Medusa, Malachite

L’apparato didascalico di ogni pezzo è funzionale alla finzione, così puntuale e preciso che non permette di comprendere dove sia la bugia e dove si trovi la verità: esso deriva da un puntiglio che solo una volontà quasi maniacale di dettaglio, unita a un notevole approfondimento degli aspetti storici, religiosi, artistici, tecnici, riesce a spiegare, e che trova espressione nelle particolareggiate didascalie, nella ricostruzione filologica dell’origine e della storia di ciascuna opera, nella creazione di una rete di rimandi fra epoche, citazioni, miti, tale da creare un groviglio inestricabile di richiami interni ed esterni alla mostra.

Ma l’esposizione è anche un gioco, e il visitatore è chiamato a prendervi parte. Un gioco talvolta smaccato, talvolta sottile, ricco di riferimenti alla contemporaneità proprio mentre dichiara di mostrare un repertorio antico: è cosi nella statua che ritrae il collezionista – Cif Amoton II, nome che anagrammato rivela “I am a fiction” e che ha le fattezze di Hirst stesso – insieme a un amico, che altri non è che di Mickey Mouse, nei crateri di stile classico ornati con bucrani ma anche con protomi di unicorno, nel busto della dea egizia Aten, che ha i lineamenti – e lo stesso tatuaggio di Iside – della cantante Rihanna, nel personaggio Disney di Pippo riconoscibile sotto una coltre di denti di cane, nella ricostruzione frammentaria dello scudo di Achille, che il mito racconta forgiato da Efeso e che è descritto nel libro XVIII dell’Iliade.

Scale model of the “Unbelievable” with suggested cargo location

E, ancora, nella statuetta in oro e argento del dio atzeco Quetzalcóatl, il serpente piumato dell’antica Mesoamerica, che ha l’aspetto di un robot dei Transformers, nella scultura “Unknown Pharaoh” che ha il volto di Pharrel Williams, nel bronzo “Aspect of Katie Ishtar Yo-landi” che ritrae la cantante sudafricana Yolandi Visser. La stessa documentazione fotografica e video del ritrovamento sottomarino, che accompagna il visitatore nel corso della mostra e affianca in molti casi le opere, se pure finalizzata a documentare la veridicità della finzione del tesoro (che ossimoro!), non è che un’ulteriore celebrazione del gioco in corso.

L’impiego di foto e video testimonia anche la ricchezza e varietà delle tecniche utilizzate da Hirst, affiancando la scultura – con la scelta di materiali davvero eterogenei – il  disegno e l’orificeria, con effetti stranianti laddove la resina sembra bronzo e il bronzo sembra plastica, o osso, o calcite. La selezione di supporti e tecniche tanto diverse permette la realizzazione di opere in ogni scala, da quella minima e ricchissima dei gioielli e delle monete, a quella colossale (oltre diciotto metri di altezza) di “Demon with bowl”, esposto all’interno del cortile di Palazzo Grassi o delle due versione di “Hydra and Kali”, di oltre cinque metri di altezza e sei di lunghezza, accolti nella sala interna di Punta della Dogana.

Gold Scorpion, Oro

A loro volta la varietà di tecniche e dimensioni non è che l’espressione di un incredibile assortimento di opere – dalla scultura ai gioielli, dai disegni alle armi, dalle monete alle vasellame – che Hirst immagina provenienti da varie civiltà, fra cui la minoica, la greca, l’atzeca, la romana, la gallica, quella della valle dell’Indo, della Mesopotamia, dell’Africa occidentale. Molte sono le figure mitiche, le leggende e le loro successive interpretazioni che l’artista sceglie di immortalare, tra i quali Andromeda e il mostro marino, Cerbero, Crono che divora i figli, Aracne e la sua metamorfosi, Proteo, il Minotauro, la Medusa, Idra e Kali.

La finzione del tesoro collezionato da Cif Amotan II – a tale proposito è emblematica la scelta del termine “Unbelievable” nel titolo della mostra, nel suo doppio significato di “incredibile” e “non credibile” – è suffragata dalla raccolta di tali varietà di oggetti, miti, civiltà, e rimanda alle suggestioni che hanno accompagnato l’infanzia di chiunque abbia letto e fantasticato di fortune nascoste, o visto al cinema i vari film che raccontano – Indiana Jones su tutti – il ritrovamento di ricchezze considerate perdute. La scelta stessa di opere tanto eterogenee ed incongruenti fra loro nello spazio e nel tempo – che evoca il gusto collezionistico della tarda romanità e il sincretismo culturale e religioso di quel periodo – non fa che alimentare il senso del favoloso e della meraviglia che accompagna ogni momento della visita.

Il tema del naufragio infine contestualizza ed amplifica il motivo del tesoro con il rimando all’acqua, capace di distruggere ma anche di custodire nel tempo, ed è tanto più emblematico in una città come Venezia, affacciata sullo specchio delle acque e da esse continuamente minacciata e – al contempo – esaltata.

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