Nascita di una Nazione, la nuova mostra di Palazzo Strozzi a Firenze

La prima sala. Al centro, Renato Guttuso,”La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio”

Scontro di situazioni: oltre ad essere il titolo di una delle opere esposte, è anche una chiave di lettura del percorso di visita proposto dalla mostra di Palazzo Strozzi dedicata all’arte del secondo Dopoguerra italiano, dagli anni Cinquanta fino alle soglie della contestazione del Sessantotto, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario.

Giulio Turcato, Il comizio

Lo straordinario momento creativo di questo periodo, di cui la mostra ha il merito di riconoscere l’importanza e di proporlo al grande pubblico in un linguaggio chiaro e comprensibile, viene riletto esaltandone il fermento creativo, la sperimentazione, lo spirito di avanguardia: una temperie che già all’epoca era alternativa alle tendenze “ufficiali”, riconosciute e premiate dal sistema delle gallerie, dei musei, dei collezionisti e del mercato, e che proprio per la sua alterità consentì la maturazione di una nuova identità culturale italiana.

Enrico Baj, Generale incitante alla battaglia

Lo “scontro di situazioni” si fa evidente sin dal confronto fra le opere della prima sala, dove la grande tela di Renato GuttusoLa battaglia di Ponte dell’Ammiraglio” – espressione del neorealismo caro alla propaganda politica – si contrappone all’astrazione antirealista de “Il comizio” di Giulio Turcato, al collage su stoffa del “Generale incitante alla battaglia” di Enrico Baj e al décollage sul volto di Benito Mussolini “L’ultimo re dei re” di Mimmo Rotella. Seguono le opere che testimoniano la diatriba sorta fra Realismo e Astrazione, appartenenti agli anni Cinquanta, decennio di affermazione dell’Informale e di intensa ricerca sulla materia: “Concetto Spaziale, New York 10” di Lucio Fontana, “Scontro di situazioni” di Emilio Vedova, “Sacco e bianco” di Alberto Burri.

Seconda sala. In primo piano Leoncillo, Al limite della notte II, in secondo piano Emilio Vedova, Scontro di situazioni

La terza sala, che rimane impressa anche per il colpo d’occhio del suo allestimento, è dedicata al monocromo, che diventa spazio di libertà e pagina bianca su cui tracciare un nuovo inizio, mentre la sperimentazione prosegue con l’utilizzo di materiali diversi come bende, tele cucite, vinavil, cibo, materie sintetiche, plastiche: vi è la serie “Achrome” di Piero Manzoni, la tela “Superficie bianca” di Enrico Castellani, la scultura “Ferro trasparente bianco II” di Pietro Consagra, “Intersuperficie curva bianca” di Paolo Scheggi.

Quarta sala

La riflessione su segno e oggetto accompagna la nascita di una dimensione di metafisico quotidiano, illustrata nella quarta sala, in cui la realtà è trasposta in una formulazione concettuale: con il suo “Quadro da pranzo” Michelangelo Pistoletto lavora per sottrazione nella serie definita “Oggetti in meno”, mentre i grandi segni tracciati da Jannis Kounellis in “Senza titolo” superano la dialettica tra figurazione e astrazione diventando immagini senza tempo, e la “Coda di Cetaceo” di Pino Pascali spunta dal pavimento come un totem primordiale.

Domenico Gnoli, Shoulder

Alla ricerca lenticolare di Domenico Gnoli è dedicata una piccola sala, a riconoscerne l’unicità del percorso e l’originalità dello sguardo: i suoi soggetti – dettagli di mobili e abbigliamento – sono rappresentanti deformati da un ingrandimento iperrealistico, con un effetto straniante.

L’abbandono del realismo tradizionale segna la nascita di una nuova immagine, come racconta la quinta sala dedicata alla figura e al gesto: le opere di Giosetta Fioroni, “La modella inglese” e di Sergio Lombardo, “Krusciov” e “Kennedy”, celebrano le nuove icone degli anni Sessanta, con l’utilizzo dei protagonisti della moda e degli ultimi idoli della contemporaneità, con un inedito riferimento alla figura in contrapposizione alle coeve ricerche sull’astrazione.

Sergio Lombardo, Krusciov e Kennedy

Si giunge quindi alla sesta sala, dedicata alle diverse rappresentazioni degli anni Sessanta, quando non esistono più né il Realismo né l’Informale e l’arte è funzionale a una nuova lettura e interpretazione della cronaca e della politica. Le figurazioni celebrano le bandiere rosse, la falce e martello, le grandi scritte, che ricordano il rosso garibaldino dell’opera di Guttuso ma si riferiscono a un contesto completamente differente, giovane, scattante, pop: siamo nel mezzo del contrasto della contestazione sessantottina, e nel pieno miracolo economico italiano.

Sesta sala

Ecco dunque le opere “Stelle” di Franco Angeli, dove il nuovo firmamento è composto da stelle (che richiamano quelle della bandiera americana) e simboli di falce e martello (emblema del movimento operaio), “No” di Mario Schifano, celebrazione di una contestazione che vuole essere nuovo punto di partenza, “Averroé” di Giulio Paolini, opera che raccoglie quindici bandiere diverse premonizzando il futuro mondo globale.

Luciano Fabro, Italia in pelliccia

Alla metà degli anni Sessanta l’Italia riflette su se stessa e sulle sue possibili geografie, simboli di una nuova arte concettuale che trova espressione nelle “Italia” di Luciano Fabro: “L’Italia in pelliccia” allude alla ricchezza della società dei consumi, mentre “L’Italia” a testa in giù celebra la penisola attraversata dall’Autostrada del sole e ricorda il corpo di Mussolini appeso a Piazzale Loreto. Siamo alle soglie di un’altra espressione artistica italiana fondamentale, nota come Arte Povera, con le opere giovanili di Alighiero Boetti, Mario Merz, Salvo, Jannis Kounellis. La piena manifestazione dell’Arte povera, con cui l’Italia mira a ritrovare una nuova centralità sulla scena internazionale, è espressa da alcune opere esposte nell’ultima sala del percorso.

Alighiero Boetti, Mappa

Sempre seguendo la riflessione sull’identità italiana, il “Metrocubo d’infinito” di Pistoletto si contrappone alle geometrie del minimalismo statunitense, il “Tentativo di volo” di Gino De Dominicis si inserisce nelle azioni di “Identifications” di Gerry Schum, la “Mappa” di Alighiero Boetti medita sui confini e l’identità dei singoli paesi – individuati dalle proprie bandiere – e sulla dimensione manuale distinta da quella mentale: questi arazzi infatti erano spesso realizzati da artigiane afghane, a unire tradizioni artistiche diverse.

Giuseppe Penone, Rovesciare i propri occhi

L’immagine di Giuseppe Penone che in “Rovesciare i propri occhi” si fa fotografare con lenti a contatto specchianti, che gli impediscono la visione ma offrono allo spettatore le apparenze riflesse del mondo, chiude la mostra tornando al tema del rapporto tra passato e futuro, dove l’occhio dell’artista – e dei giovani protagonisti di quegli anni – accoglie “nel futuro le immagini raccolte dagli occhi nel passato”.

 

Questi i dettagli della mostra:

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
a cura di Luca Massimo Barbero
16 marzo-22 luglio 2018
Palazzo Strozzi, Firenze

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