Abbazia di Vallombrosa, viale di accesso

L’abbazia di Vallombrosa, “Svizzera d’Italia” alle pendici del Pratomagno

Viale di accesso all'abbazia
Viale di accesso all’abbazia

Un articolo che racconti dell’abbazia benedettina di Vallombrosa non può che esordire con le parole di Ariosto, che nel XXII canto dell’Orlando Furioso così descrive il luogo prediletto dai due amanti Bradamante e Ruggero per consumare il loro amore:

Vallombrosa.
Così fu nominata una badia
ricca e bella né men religiosa,
e cortese a chiunque vi venìa“.

Siamo sulle pendici del monte Secchieta, una delle cime del Pratomagno, nel cuore di una foresta di faggi, castagni e abeti che fu scelta poco dopo il 1000 da due monaci dell’abbazia di Settimo, Paolo e Guntelmo, per condurvi vita eremitica. Intorno al 1028 il fiorentino Giovanni Gualberto qui si rifugiò insieme a un compagno, costruendo alcune capanne e un piccolo oratorio, per sfuggire alla persecuzione del vescovo di Firenze, da lui accusato di simonia. Dopo alcuni anni la comunità benedettina era talmente aumentata di numero da essere riconosciuta nel 1055 da papa Vittore II. Giovanni Gualberto morì nel 1073 a 88 anni e nel 1193 venne canonizzato da Celestino III.

Abbazia di Vallombrosa, le mura
Abbazia di Vallombrosa, le mura

Vallombrosa, grazie alle numerose donazioni, crebbe rapidamente e divenne centro potente: nel 1230 l’antico oratorio in legno venne ricostruito in pietra, mentre tra il 1450 e 1470 fu rifatto il monastero, poi ampliato e modificato nei secoli successivi. La presenza dei monaci modificò anche l’aspetto della foresta, anticamente composta da latifoglie quali il faggio e il cerro, con l’introduzione sin dal Trecento la coltura artificiale dell’abete bianco e la creazione di una delle più importanti abetine dell’Appennino toscano.

I monaci furono proprietari della foresta fino alla soppressione degli ordini religiosi del 1866: tutti i beni dell’Abbazia benedettina di Vallombrosa vennero incamerati dallo Stato italiano e affidati in gestione all’Amministrazione Forestale. Qui nel 1869 nacque il primo Istituto Forestale d’Italia, poi trasferito nel 1913 a Firenze nel complesso della Palazzina Reale delle Cascine, oggi Scuola di Agraria. Al Paradisino, costruito poco sopra l’abbazia laddove sorgeva un romitorio risalente al IX secolo, si trova ancora il centro didattico, mentre nei pressi del monastero si estendono gli Arboreti Sperimentali: il primo Arboreto fu fondato nel 1870 dal primo direttore dell’Istituto Forestale per scopi scientifici, e ad esso ne fecero seguito altri sei.

Viale di ingresso all'abbazia e a Vallombrosa
Viale di ingresso all’abbazia e a Vallombrosa

Con i suoi cinquemila esemplari ancora oggi rappresenta una delle collezioni dendrologiche più ricche e significative d’Italia. E’ visitabile seguendo alcuni percorsi tematici, ben dettagliati sul sito dell’Istituto Nazionale di Selvicoltura, ente gestore: www.selvicoltura.eu. Gli Arboreti fanno parte della Riserva Naturale Biogenetica Statale, dichiarata nel 1977: si estende su una superficie di 1.270 ettari, coperti da abete bianco e boschi misti di faggio e abete.

Un momento di particolare vivacità per Vallombrosa fu il periodo compreso tra i primi anni Novanta dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, quando il luogo divenne rinomata stazione climatica insieme alla vicina località del Saltino: qui vennero edificati alberghi e villini privati in grado di ospitare una selezionatissima colonia di villeggianti, che potevano giungere grazie a una ferrovia a cremagliera costruita appositamente.

Giovanni Boldini, Ritratto di Donna Franca Florio

Il luogo divenne la “Svizzera d’Italia”, frequentato da esponenti di famiglie nobili fiorentine e romane, una nutrita colonia di nobili meridionali, in particolare siciliani, una ricca rappresentanza di senatori, deputati e ministri in carica, ospiti stranieri come ministri, ambasciatori, ricchi oziosi provenienti soprattutto dall’Inghilterra e dalla Francia, ma anche dagli Stati Uniti, dal Brasile, dal Giappone… Tra gli ospiti va senz’altro annoverata Donna Franca Florio, che giunse al Saltino con una tale mole di bauli e valigie da richiedere l’organizzazione di treni speciali per il loro trasporto (a questa affascinante figura e all’avventurosa storia del ritratto che Giuseppe Boldini le fece ho dedicato un articolo). Immancabile presenza fu quella di Gabriele D’Annunzio, prima nel 1898 forse insieme a Eleonora Duse, poi nel 1900 e nuovamente nel 1908.

Alcuni artisti trovarono in Vallombrosa qualcosa di più di una località di villeggiatura: è il caso dello scultore americano Hendrick Christian Andersen, che fu una presenza fissa nella comunità di villeggianti dal 1908 alla metà degli anni Venti. Nel 1924 il Comune di Reggello gli conferì la cittadinanza onoraria per aver contribuito ad abbellire la località con alcune opere d’arte. A chi non conoscesse questo particolare e originale artista, consiglio di visitarne la casa-museo a Roma, un gioiello nascosto di cui parlo in questo articolo.

Arrivati a Vallombrosa l’attenzione è immediatamente catturata dall’Abbazia benedettina, il cui aspetto è imponente e impressionante: è dominata da un campanile del Duecento e da una torre del Quattrocento, e preceduta da un piazzale cinto da mura. A sinistra dell’ingresso  si trova l’Antica Farmacia dei monaci, dove è possibile acquistare il gin dei frati, pappa reale, caramelle alle erbe, cioccolato, marmellate, integratori alimentari e tisane prodotte dai monaci. A destra del complesso, passando sotto la torre, si entra nel Museo dell’Abbazia, da non perdere perché custodisce una splendida pala di Domenico Ghirlandaio e bottega rappresentante la Madonna in trono con il Bambino e i santi Biagio, Giovanni Gualberto, Benedetto e Antonio Abate, risalente al 1485 circa.

Opere di Hendrick Christian Andersen nella sua casa-museo di Roma

Oltre a mostrare arredi e paramenti sacri, vi è un’interessante raccolta di scagliole realizzate da padre Enrico Hugford: frate vallombrosano di origine inglese, è uno dei più celebri specialisti a livello europeo di questa particolare tecnica artistica. Le opere esposte narrano episodi della vita di San Benedetto e mostrano paesaggi fluviali o vedute di porto.

Nei pressi del monastero si estende il “pratone“, un’ampia radura fiancheggiata dagli alberi dove poter godere il fresco, affollata nei fine settimana estivi da famiglie intente al pic-nic. E’ possibile inoltre percorrere un bel sentiero, che parte dal monastero e attraversa i boschi, per salire al Paradisino. Affacciandosi dalla terrazza, nelle giornate terse, si giunge a vedere l’isola d’Elba, con il panorama della foresta, di Vallombrosa, del Valdarno e di Monte Senario. Seguendo la strada che sale per dieci chilometri attraverso la foresta si giunge sulla sommità del Monte Secchieta, a 1435 metri slm, oppure – rimanendo sulla strada provinciale 85 – si può proseguire per un paio di chilometri e arrivare nell’abitato di Saltino, stazione climatica assai frequentata.

Domenico Ghirlandaio, Pala di Vallombrosa
Domenico Ghirlandaio, Pala di Vallombrosa

Una bella passeggiata è quella che permette di raggiungere le dieci cappelle erette nel corso dei secoli a delimitare lo spazio sacro di Vallombrosa, nei luoghi legati alla vita di san Giovanni Gualberto e quelli divenuti sacri per la comunità monastica. Il percorso di snoda per 4,6 km e richiede un tempo di percorrenza di tre ore. Le cappelle sono, in ordine: cappella e croce del masso del diavolo, cappella di san Torello, tabernacolo del masso di San Giovanni Gualberto, cappella delle colonne, cappella del beato Migliore, cappella del faggio santo, cappella di santa Caterina, cappella di san Girolamo, cappella e fonte di san Giovanni Gualberto, tabernacolo di san Sebastiano.

Informazioni utili: la visita all’abbazia è possibile a gruppi prenotati e, nel corso dei mesi di luglio e agosto, il martedì e il venerdì alle 10,30. Non è consentita a visitatori singoli. Il Museo dell’Abbazia è aperto a luglio e agosto in orario 10,00-12,00 e 15,00-18,00.

Dove mangiare: distante 8 chilometri da Vallombrosa, lungo la strada che porta a Saltino e quindi a Reggello, consiglio il ristorante Archimede, che propone piatti toscani, pasta fatta in casa, cacciagione e un favoloso arrosto girato allo spiedo.

Piatti assaggiati:

Altri suggerimenti: nel Museo Masaccio della pieve di Cascia di Reggello si trova lo splendido Trittico di San Giovenale, prima opera del pittore a noi nota, risalente al 1422. Gli appassionati della storia dell’ordine benedettino vallombrosano possono inoltre visitare la Badia a Coltibuono in Chianti, possesso dei monaci per oltre settecento anni, sin dal 1037: qui suggerisco un possibile itinerario di visita alla Badia e ai borghi circostanti.

Letture: a chi interessasse approfondire la storia di Vallombrosa e del Saltino e alcuni aspetti di questo articolo, consiglio in particolare i volumi “Viaggiatori e Villeggianti. Vallombrosa-Saltino. Storia di un luogo turistico dalla nascita agli anni Venti” di Giovanni Pestelli, Duccio Baldassini e Nicola Wittum, edito da Edizioni Polistampa di Firenze nel 2003 e “Vallombrosa i segni del sacro. Gli edifici religiosi minori: storia e restauro” di Giovanni Pestelli, Duccio Baldassini, Eros Bati e Nicola Wittum, pubblicato sempre da Polistampa nel 2008.

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