Piazza di Sovana

Cosa vedere a Sovana, gioiello etrusco nella Maremma dei tufi

Loggia del capitano e palazzo pretorio
Cosa vedere a Sovana. Loggia del capitano e palazzo pretorio

Sovana è uno splendido borgo di epoca etrusca nella regione dei tufi, in Maremma. Meno noto della vicina Pitigliano, merita una visita approfondita perché vanta una storia millenaria e monumenti e opere d’arte unici.

La cittadina fu costruita su uno sperone tufaceo fra i torrenti Folonia e Calesine: i suoi primi abitanti furono agricoltori e pastori che qui si insediarono intorno al VII secolo a.C., epoca alla quale risalgono le tombe più antiche della necropoli etrusca. Entrata a far parte dell’orbita romana come “Municipium”, fra il III e il I secolo a.C. crebbe in prosperità e ricchezza grazie ai commerci e alla fiorente agricoltura. Agli inizi del IV secolo d.C. vi si diffuse il cristianesimo e nel VI secolo divenne sede vescovile. Fu conquistata dai longobardi e donata alla famiglia lucchese degli Aldobrandeschi, che costituirono un vasto dominio in Maremma facendo di Roselle la sede del loro principato.

Rocca aldobrandesca
Rocca aldobrandesca

Dopo la conquista di Roselle da parte dei saraceni, gli Aldobrandeschi si spostarono a Sovana, città dell’entroterra più facilmente difendibile. Nel borgo, fra il 1014 e il 1028 nacque Ildebrando, divenuto papa Gregorio VII, protagonista della lotta per le investiture fra papato e impero che culminò nella scomunica di Enrico IV: l’imperatore fu costretto a scendere a Canossa, dove Gregorio VII si trovava ospite della contessa Matilde, e rimase in penitente attesa per tre giorni finché il pontefice non revocò la scomunica. All’inizio del 1300 Sovana passò alla famiglia degli Orsini, che non riuscì a impedire la conquista del borgo da parte della Repubblica di Siena: alla conquista seguì il saccheggio, con i senesi che portarono via anche la campana maggiore del Duomo, trasferita a Siena come trofeo e collocata sul campanile della Cattedrale, dove ancora oggi si trova. Dopo i senesi arrivarono i fiorentini, nel 1555, in conseguenza della caduta della Repubblica senese sotto Firenze: i Medici cercarono di risollevare le sorti di Sovana, favorendone il ripopolamento con l’insediamento di una colonia di greci Mainoti, ma la rovina della città, l’imperversare della malaria, il trasferimento della sede vescovile a Pitigliano (1660), rese il tentativo pressoché vano. La comunità venne sciolta da Pietro Leopoldo di Lorena, ed entrò a far parte del Comune di Sorano.

Piazza di Sovana
Piazza di Sovana

Il borgo che oggi si ammira è costituito da pochi edifici sopravvissuti alle vicende storiche: l’abitato si sviluppa entro uno spazio delimitato dai due monumenti più imponenti, il duomo e la rocca aldobrandesca. Il duomo, intitolato a san Pietro, si eleva isolato sul luogo, forse, dell’antica acropoli. Risalente all’XI-XII secolo, colpisce per il suo portale – collocato sul fianco, ricco di decorazioni scolpite tra cui un cavaliere armato di spada e scudo, una sirena bicaudata, una croce con braccia a spirale, due pavoni che bevono a una fonte – e l’imponente interno, che esemplifica il passaggio dallo stile romanico al gotico. Fra tutti i capitelli il più bello è senza dubbio il penultimo di sinistra, con la rappresentazione di alcune scene bibliche: Abramo e le mogli, il sacrificio di Isacco, Daniele nella fossa dei leoni (di tale soggetto il capitello più bello si trova nella chiesa abbaziale di sant’Antimo a Montalcino, opera del Maestro di Cabestany), Mosè che comanda le acque del Mar Rosso, Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. Nella navata di destra si trova l’urna di san Mamiliano, costruita nel 1490 quando il corpo del santo venne rinvenuto nella chiesetta di Sovana a lui intitolata, ubicata nella piazza del borgo. La parte più antica della chiesa è la cripta, cui si accede dal presbiterio scendendo alcune scalette.

Capitello della cattedrale di san Pietro
Capitello della cattedrale di san Pietro

La rocca aldobrandesca sorge sulle fondamenta del castello che gli Aldobrandeschi edificarono nell’XI secolo ed abitarono fino a tutto il XIII secolo quando, imparentati con gli Orsini, si trasferirono a Pitigliano. Il complesso comprendeva un palazzo a tre piani (dimora dei castellani), una torre detta “della Luna”, un circuito di mura merlate che delimitava una piazzetta interna, un forno, una cisterna per l’acqua, un deposito di grano. Alla sua base si trovano resti delle mura etrusche. Nel 1572 la rocca venne restaurata da Cosimo I dei Medici, che la trasformò in postazione strategica nella lotta contro gli Orsini, ma in seguito all’annessione di Sovana al Granducato di Toscana perse la sua funzione militare e venne smantellata: già a metà Settecento era in condizione di rudere.

Dettaglio del ciborio della chiesa di santa Maria
Dettaglio del ciborio della chiesa di santa Maria

L’abitato di Sovana si raccoglie attorno alla sua piazza principale, sulla quale affacciano il palazzo Comunale, l’ex chiesa di san Mamiliano, palazzo Bourbon del Monte, la chiesa di santa Maria, la loggia del Capitano e palazzo Pretorio. Il palazzo Comunale si riconosce per il suo campanile a vela e l’orologio: risale ai secoli XII e XIII, quando Sovana fu libero Comune. Alla sua destra si trova la chiesa di santa Maria, risalente allo stesso periodo: al suo interno, diviso in tre navate da pilastri ottagonali, si ammira uno splendido ciborio preromanico. Costruito fra l’VIII e il IX secolo in travertino, ha un baldacchino decorato con grappoli di uva, colombe, pavoni, rosoni. Sulle pareti della chiesa si trovano alcuni affreschi di scuola senese ed umbra del XV-XVI secolo, tra cui una Madonna col Bambino tra santa Barbara e santa Lucia e, nell’imbotte, san Sebastiano e san Mamiliano; una Crocifissione tra i santi Maria e Giovanni, con sant’Antonio e Gregorio VII ai lati; un’altra Crocifissione tra i santi Antonio e Lorenzo.

Affresco di Madonna col Bambino tra le sante Barbara e Lucia, chiesa di santa Maria
Affresco di Madonna col Bambino tra le sante Barbara e Lucia, chiesa di santa Maria

Di fronte all’ingresso si apre una cappella completamente affrescata con l’Eterno benedicente e i quattro Evangelisti sulla volta e, sulle pareti, sant’Antonio da Padova, santa Lucia, san Mamiliano, Tobiolo e l’Arcangelo, una Madonna col Bambino. Accanto alla chiesa si trovano palazzo Bourbon del Monte, risalente al XVII secolo, e l’ex chiesa di san Mamiliano, che fu la prima chiesa cattedrale di Sovana. Costruita sui resti di un edificio etrusco e poi romano, la sua cripta venne edificata nel IX secolo per accogliere il corpo di san Mamiliano, figura leggendaria di monaco eremita vissuto forse nel V secolo, i cui resti furono qui trasferiti dall’isola del Giglio per sottrarli alla minaccia dei saraceni. Nel XIII secolo venne edificata la chiesa intitolata al santo, poi abbandonata e sconsacrata alla fine del XVIII secolo. Le reliquie, di cui nel frattempo si era persa la memoria, furono ritrovate nel 1490 e nel 1786 vennero trasferite nell’attuale duomo. Durante i lavori di restauro per la trasformazione dell’edificio in Museo etrusco sono stati riportati alla luce un impianto termale di epoca romana e l’area cimiteriale sottostante la navata, risalente al Rinascimento.

Tesoro di Sovana
Tesoro di Sovana

Nel corso degli scavi archeologici è stato anche rinvenuto un eccezionale tesoro costituito da 498 monete d’oro databili al V secolo d.C.: le monete, raccolte in un piccolo vaso, erano state sotterrate in una buca scavata nell’ex impianto termale, alla profondità di oltre due metri rispetto all’attuale pavimento. Il nascondiglio fu probabilmente voluto per mettere al sicuro le monete: alla fine del V secolo infatti l’intera penisola italica era sconvolta da guerre, invasioni, epidemie, carestie. I 498 pezzi sono solidi aurei, introdotti in sostituzione dell’aureo con la riforma monetaria di Costantino I nel 324 d.C., e rimasti in uso in tutto l’impero Bizantino fino al X secolo. Vennero coniati fra l’inizio del V secolo d.C. (regno di Onorio) e gli ultimi decenni del secolo (regno di Zenone), con una prevalenza di pezzi risalenti all’imperatore Leone I (457-474 d.C.). Il tesoro comprende monete provenienti da numerose zecche d’Oriente e d’Occidente, in particolare dalla zecca di Costantinopoli, nonché solidi coniati a Roma, a Ravenna, a Milano, ed alcuni esemplari provenienti dalla zecca gallica di Arles.

Moneta del tesoro
Moneta del tesoro

Le monete di Sovana sono state da alcuni associate al celebre “tesoro di Montecristo” descritto da Alexandre Dumas nel suo romanzo: Dumas infatti si basò sulle leggende popolari che raccontavano di un tesoro nascosto nel monastero di San Mamiliano sull’isola di Montecristo. Le leggende celavano un fondo di verità: in effetti il tesoro era nascosto sì nella chiesa di san Mamiliano, non sull’isola di Montecristo ma a Sovana. Le monete sono esposte nel Museo ospitato all’interno dell’ex chiesa, insieme ad altri reperti rinvenuti nel corso degli scavi, che illustrano la storia romana della città e del territorio.

Dall’altra parte della piazza si trovano la loggia del Capitano, adornata dal grande stemma di Cosimo I dei Medici, e il palazzo Pretorio, costruzione del XII-XIII secolo sistemata dai Senesi dopo la conquista di Sovana del 1410. La facciata è ornata da nove stemmi di capitani e commissari che esercitarono il proprio governo sotto i senesi e poi con i fiorentini, mentre all’interno dell’edificio si trovano alcuni affreschi.

Tomba Ildebranda
Tomba Ildebranda

Sulla via principale che dalla piazza conduce al duomo si osserva un antico edificio indicato come casa natale di Gregorio VII.

Poco fuori dall’abitato è situata la necropoli etrusca, scoperta nel 1843, che si sviluppa sulle due colline a nord e a sud del torrente Calesine: fra le tombe più mirabili, lungo il fianco della collina a nord, vi è quella dei demoni alati, del III-II secolo a.C., con il frontone decorato con la figura alata di una Scilla e la nicchia con la statua policroma del defunto banchettante su di una cline, di fronte alla porta dell’Ade affiancata da due demoni alati e due felini. Accanto alla tomba dei demoni alati si trova la tomba Ildebranda, così chiamata in onore del più illustre cittadino di Sovana, papa Gregorio VII, considerata la più importante della necropoli. Risalente anch’essa al III-II secolo a.C. ha dimensioni imponenti: è composta dalla camera sepolcrale e dal sovrastante poderoso monumento funebre, costituito da due scalinate laterali che conducono a un alto podio, con un loggiato di 12 colonne a delimitare un finto pronao. Il coronamento del loggiato era sovrastato da tre frontoni a timpano disposti sui tre lati. Intorno al monumento si trovano altre piccole tombe, forse dei clientes del defunto. La camera sepolcrale è a croce greca e priva di decorazioni significative.

Scilla scolpita nel frontone della Tomba dei demoni alati
Scilla scolpita nel frontone della Tomba dei demoni alati

Sempre nei pressi si ammirano la tomba Pola e la tomba del Tifone, mentre sull’altra sponda del torrente Calesine si trovano le tombe a dado e la tomba della Sirena. La visita della necropoli è anche una splendida occasione per percorrere alcune vie cave etrusche, tra le più grandiose e suggestive della zona: il Cavone, la via cava di san Sebastiano e la via cava di Poggio Prisca. Devono il loro nome al fatto di essere completamente scavate nel tufo, utilizzate dagli etruschi per raggiungere la necropoli e come vere e proprie vie di comunicazione, collegando Sovana ai centri abitati della zona e del monte Amiata. La necropoli e le vie cave di Sovana si trovano all’interno del Parco Archeologico “Città del tufo”, che si estende nel territorio del comune di Sorano e comprende anche i siti archeologici e naturalistici del parco di San Rocco e la città di Vitozza.

A due chilometri da Sovana, sulla strada che conduce a Sorano, si trova infine una grossa formazione rocciosa, che ricorda il pugno chiuso di una mano. Lo strano aspetto ha evocato attorno al masso la leggenda del paladino Orlando, che avrebbe stretto in mano la pietra durante la preghiera, con tale forza da lasciarne impressa la sua forma. La leggenda racconta infatti dell’assedio di Sovana da parte di Carlo Magno, al cui servizio era stato chiamato il cavaliere: l’impresa si era rivelata così impegnativa, da indurre Orlando alla preghiera. Un’altra leggenda che riguarda Carlo Magno e Orlando ha luogo a Sutri, città costruita con il tufo rosso lungo la via Francigena.

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