I bronzi di Cartoceto - dettaglio dei cavalli e del cavaliere

I misteri dei bronzi di Cartoceto

I bronzi di Cartoceto
I bronzi di Cartoceto

Per conoscere la storia dei bronzi di Cartoceto si deve partire dal giugno 1946, quando i fratelli Giuseppe e Pietro Peruzzini, due mezzadri che stavano scavando in un campo a Santa Lucia di Calamello, nella parrocchia di Cartoceto (comune di Pergola) s’imbatterono nei reperti di un gruppo bronzeo interamente ricoperto a foglia d’oro. La loro si sarebbe rivelata una delle più importanti scoperte archeologiche del Novecento.

La notizia del fortuito ritrovamento si diffuse in maniera frammentaria, e quando le forze dell’ordine si recarono sul luogo, tutto era già stato fatto sparire. Nella caotica ed emergenziale situazione del dopoguerra, il solo dipendente del Museo Archeologico Nazionale delle Marche – semidistrutto dai bombardamenti – Nereo Alfieri fece sequestrare i frammenti rimasti sul luogo dello scavo clandestino, e riuscì a farsi consegnare quelli occultati in precedenza. Erano in tutto più di trecento pezzi, sui quali intervenne in un primo momento il restauratore Bruno Bearzi di Firenze. Il suo lavoro – portato avanti per più di dieci anni – fu reso ancor più difficile dal fatto che i frammenti erano stati deformati intenzionalmente prima del loro interramento, a testimoniare una volontà di distruzione inflitta con attrezzi contundenti.

Schema ricostruttivo del gruppo

Dal 1975 al 1986 i bronzi furono oggetto di una seconda campagna di restauro, condotta dalla Soprintendenza Archeologica per la Toscana, che permise di assemblarne i vari pezzi, e restituire per la prima volta l’immagine d’insieme di un gruppo statuario equestre composto da quattro figure, due cavalieri a cavallo e due donne in piedi: esso è l’unico gruppo scultoreo in bronzo dorato risalente all’epoca romana – realizzato con la tecnica della fusione a cera persa, e di magistrale fattura – giunto ai nostri giorni. E’ paragonabile per importanza alla Quadriga di San Marco a Venezia (ne parlo in questo articolo su Venezia) e al Marco Aurelio di Roma, che come questi bronzi sono impreziositi dalla doratura.

Il complesso suggerisce la consuetudine romana, diffusa dalla tarda repubblica in avanti, di realizzare immagini monumentali per testimoniare il proprio potere familiare e politico: rappresenta infatti i componenti di una stessa famiglia, disposti in uno schema piramidale con le donne ai lati, e i cavalieri al centro in posizione simmetrica e speculare.

I bronzi di Cartoceto – dettaglio dei cavalli e del cavaliere

Uno dei due cavalieri è pressoché integro, raffigura un uomo di circa quaranta anni per il cui abbigliamento è identificabile come militare di alto rango. Nonostante indossi la veste militare, ha il braccio alzato in segno di pace. Dell’altro cavaliere non sono rimasti che minimi frammenti. I due cavalli sono rappresentati mentre incedono, con la gamba anteriore alzata. I loro pettorali sono decorati con tritoni, nereidi, cavalli marini e delfini, e sono ornati con bardature su cui si ammirano alcuni dèi, ritratti in funzione protettiva: Giove, Marte, Venere, Mercurio, Giunone e Minerva. Delle due donne, una si è conservata nella sola porzione compresa tra il basamento e la vita: l’altra invece è integra, è in età avanzata, indossa la stola e la palla e presenta un’acconciatura ellenistica.

Proprio questa acconciatura ha consentito di datare il gruppo alla metà del I secolo a.C., introducendo un elemento di certezza in un capolavoro altrimenti circondato dai misteri.

Il giallo che avvolge questa opera riguarda infatti l’identità delle figure che essa rappresenta, il luogo della sua collocazione originaria, il perché sia stata distrutta e quindi sotterrata, dubbi e domande a cui gli studiosi nel corso dei decenni hanno cercato di dare risposte, senza pervenire a soluzioni definitive.

I bronzi di Cartoceto – dettaglio della donna

Senza dubbio, i personaggi rappresentati appartengono a una famiglia di alto rango, quasi certamente senatorio, più o meno legata al territorio in cui il gruppo è stato ritrovato: fra le ipotesi, la famiglia dei Domizi Enobarbi, Marco Satrio (definito “Patronus agri Piceni”) e Lucio Minucio Basilo (futuro cesaricida), la famiglia di Cicerone (con Cicerone medesimo), Lucio Licinio Varrone Murena, Lucio Licinio Murena e Terenzia sposa di Gaio Mecenate, e infine Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, Azia Maggiore e Giulia Minore. L’identità dei personaggi potrebbe essere strettamente collegata alla collocazione cui l’opera era destinata: se essa si fosse trovata in una città romana prossima all’area del suo ritrovamento, l’attenzione andrebbe rivolta ai personaggi magnatizi locali, se invece la sua provenienza fosse più lontana, i ritratti potrebbero riferirsi a un numero di famiglie estremamente più ampio.

Il ritrovamento è avvenuto in una zona extra-urbana, tra l’intersezione della via Flaminia e la via Salaria Gallica, e questa collocazione ha suggerito una rimozione frettolosa dalla originaria posizione, che le ipotesi contendono fra l’ager Gallicus (ovvero il territorio di ritrovamento), l’antica Pesaro, l’esedra dell’Heraion di Samo, l’Arco di Augusto di Rimini, il foro dell’antica Fossombrone o dell’antica Sassoferrato o dell’antica Suasa.

Anche sul perché il gruppo sia stato distrutto e quindi interrato non c’è accordo: si è pensato a un’azione di damnatio memoriae, ma questa tesi è sempre meno accreditata, oppure a una rimozione in epoca tardoantica o bizantina e all’accantonamento in un ripostiglio, magari per riutilizzarne in seguito il metallo, oppure ancora a un furto e a un bottino di guerra.

Anonimo marchigiano d’inizio ‘500, Polittico di San Giacomo

L’unica certezza è che il complesso, per cause a noi sconosciute, è stato celato nel terreno per oltre duemila anni. Quando è tornato alla luce la sua importanza è stata tale da determinare anche una contesa museale fra il Comune di Pergola – dove esso fu ritrovato – e il Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona – dove per la prima volta fu esposto. I bronzi oggi si possono ammirare nel Museo di Pergola, che si compone – oltre che di quella archeologica – anche delle sezioni storico-artistica, numismatica e d’arte contemporanea.

Tutte le informazioni utili per la visita dei bronzi e del Museo di Pergola sono reperibili sul sito internet.

Ho ammirato i bronzi di Cartoceto nel corso di una gita nelle Marche, viaggio che mi ha consentito di visitare Recanati, città natale di Giacomo Leopardi, Urbino – nel cui Palazzo Ducale ho contemplato lo Studiolo di Federico da Montefeltro – Jesi città natale di Federico II di Svevia.

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